venerdì 8 agosto 2014

AVVOLTERITORNANO2

Roscio 2014 -pensiero semplice- (stralcio)
Il tuo cielo passò sopra di me senza toccarmi
e ti vidi scomparire.
Assassinai il mio destino a colpi di rinunce e digressioni
come i tanti che spendono la vita con parsimonia
sperando, coi risparmi, di comprare il paradiso

Tutti noi ci usiamo più o meno onestamente

Buttai la rabbia oltre la solitudine
ed inspirai a pieni polmoni
un odore liquido che mi soffoca tutt’oggi l’esistenza

Scivolai su una bugia ipocrita,
sapendo che non si può arginare la delusione ai margini della deriva
Sapendo che ti inventai per amarmi,
ma che quest’amore non mi bastava più…..

Deframmentazione dei ricordi e scansione dello spirito
alla ricerca di un tempo infinito, insensibile alla nostalgia
lacerato dal rimpianto e affamato, ricado sul tuo seno
mentre lotto, corpo a corpo, col desiderio di morire

Rosario Ciotto

venerdì 1 agosto 2014

AVVOLTERITORNANO.............



Roscio 2014 -pensiero semplice- (stralcio)

In un momento senza odore,
 a tre sogni dal tramonto,
mi alzo in piedi per sentirmi sveglio,
calpesto l’immondo parassita che fagocita ogni mio desiderio
e attendo in preghiera.
Mostrami, ti prego, la via che conduce dove affoga il giorno
assieme alla sua malinconia,
indicami un ristoro sicuro per le menti in affanno.

Fino a quando il fiume riconoscerà i suoi argini?
Quando l’orgia di sguardi e sospiri si infrangerà sulle rive della speranza?
Vivo la vita già da un po’ e ancora non ne comprendo il senso.
Trafiggo la mente, con ferocia, per punire i miei ricordi.
Lingue di fuoco mi leccano l’anima con gusto.....
 la mia anima si gode quest’inferno.
Rosario Ciotto

sabato 3 maggio 2014

La forza della contestazione



3 Maggio 1968, inizia la contestazione studentesca, a cui poi si unisce quella operaia, che chiedeva a gran voce lo svecchiamento della classe politica francese, da 10 anni sotto la guida del Generale Charles De Gaulle, ma soprattutto voleva trasformare la società in un modo che rispecchiasse  desideri e  ambizioni dei giovani. Una società di forte stampo borghese che, chiusa nel proprio bigottismo, stava troppo stretta alle nuove generazioni che urlavano nelle piazze "Vietato vietare"! Quei giovani avevano già assistito alle gesta eroiche di Che Guevara, alla rivoluzione culturale in Cina, alla contestazione giovanile in America, che protestava contro la guerra del Vietnam. Insomma tutto il mondo era in subbuglio. Fu così che circa 400 studenti coraggiosi decidono di occupare il cortile della Sorbonne. La risposta immediata della polizia fu un'incursione per disperdere la folla; il tutto si tradusse in forti scontri. Era soltanto l'inizio. Nei giorni seguenti i 400 diventarono un milione fra operai, studenti e gente che era stanca di una società anni luce lontana dalle loro esigenze. Gli sciperi si moltiplicarono, vennero occupate anche le fabbriche: non si chiedeva soltanto un aumento salariale, ma anche una maggiore autonomia e partecipazione nelle decisioni aziendali. Sindacati e governo cominciarono a trattare, anche se le decisioni prese disattesero le aspettative dei manifestanti. De Gualle, da abile uomo politico, seppe andar via e ritornare al momento giusto indicendo nuove elezioni che lo videro trionfare ancora una volta.
Ciò per cui va ricordata questa fetta di storia è, senz'altro, la forza dirompente e innovatrice che si trova al suo interno e che ebbe un impatto enorme in tutta Europa. A partire da Parigi, infatti, le manifestazioni di studenti e operai dilagarono in tutto il continente (persino in Italia!!!), anche nei paesi a stampo comunista che puzzavano di dittatura, gettando quel ponte verso una sinistra che si distaccò sempre più da Mosca e dalle gerarchie, più moderata, pronta al dialogo. Nel nostro paese questo divorzio dalla Russia si ebbe per volere di Enrico Berlinguer che maturò sempre più un atteggiamento di apertura che si sarebbe poi concretizzato con il compromesso storico, anche se il finale è la tristemente nota fine tragica di Aldo Moro. Il '68 ha cambiato il modo di essere della società, ha dato un ruolo ai giovani, ha fatto sì che anche i più deboli e discriminati avessero una voce. 
Oggi, che la società ha gli stessi problemi (reparti geriatrici al potere, poca aderenza scuola-lavoro, ecc) mi piacerebbe poter rivedere giovani, e non solo, per le strade che lottano per tutti quei diritti che dopo anni di lotta e sangue ci vengono calpestati. 

Giulia Bolle

giovedì 1 maggio 2014

1 Maggio 2014





In questa giornata che dovrebbe essere di gioia e di festa, laddove la nostra Costituzione fosse applicata, mi sembra giusto fermarsi a riflettere su tutto ciò che accade da qualche anno a questa parte: vittime del lavoro, uomini che si sono tolti la vita per averlo perso. La dignità umana deriva anche dal poter svolgere in maniera serena il mestiere per il quale ciascuno di noi è portato. Mi auguro che un giorno le istituzioni si destino e permettano alle nuove generazoni una prospettiva migliore di quella che al momento si respira nell'aria. 
Spero che presto potrò augurare a tutti "Buona festa dei lavoratori"!

Giulia Bolle

domenica 27 aprile 2014

L'Italia in odore di santità





Papa Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II: al di là dell’evento mediatico e del business che, come sempre serpeggia dietro fatti che dovrebbero stare lontani anni luce dal dio denaro, vorrei sottolineare l’importanza storica di queste due figure. Due uomini che si discostano da tutto quello che siamo soliti sentire riguardo la Chiesa sinonimo di potere, corruzione e denaro sin dal lontano Medioevo. Due uomini semplici, schivi che hanno lottato con la gente e per la gente.
Giovanni XXIII, al secolo Angelo Roncalli, eletto proprio per la sua estrema semplicità e la sua età già avanzata. I lupi del Vaticano credevano di poterlo raggirare e manovrare a loro piacimento, ma dietro quel sorriso e quell’aspetto così docile si è mostrata da subito una figura decisa e forte. Il suo volere prese corpo, in modo particolare, con il Concilio Vaticano II che, anche se portato a termine dopo la sua morte da Paolo VI, si ispirò alle sue idee di apertura e modernità: avvicinamento alla laicità, dialogo con altre religioni cristiane, abolizione della lingua latina per le liturgie. Il suo atteggiamento troppo aperto diede inizio a ciò che lui stesso definì “solitudine istituzionale”, poiché abbandonato dalla Curia, molto più conservatrice ed intransigente. Il  periodo storico in cui operò il Papa buono non era certo dei più semplici: il mondo era con il fiato in sospeso perché si temeva la terza guerra mondiale. Erano, infatti, i giorni della crisi missilistica di Cuba: ottobre 1962 Kruscev “parcheggia” 42 ordigni nucleari che puntano dritti sull’America. La guerra fredda si stava trasformando in qualcosa di molto più terrificante di quanto già non fosse. Immediatamente Giovanni XXIII lanciò un radiomessaggio in cui supplicava i Capi di Stato di non restare insensibili al grido di pace dell’umanità. La reazione delle parti in causa non tardò ad arrivare. I sovietici offrirono di ritirare i missili da Cuba in cambio della garanzia che gli USA, rappresentati da Kennedy, non avrebbero invaso Cuba e ritirato i missili dalla Turchia. Così fu e l’anno seguente, per favorire il disgelo con l’Unione Sovietica, per la prima volta un comunista mette piede in Vaticano: il papa accoglie, infatti, Rada figlia del capo sovietico Nikita Kruscev, con suo marito Alexej Adjubei.
La figura di Giovanni Paolo II non si discosta molto, almeno per quanto concerne l’aspetto politico. È risaputo infatti che appena eletto si adoperò per i tumulti che sconvolgevano la Polonia sbranata dal comunismo. Sostenendo la figura di Lech Walesa e di Solidarnosc, lo aiutò a rivendicare i diritti dei lavoratori, a far crollare il regime sovietico fino a diventare il primo presidente polacco dopo elezioni libere.

Non di meno la sua apertura si è manifestata nel dialogo interreligioso, nel far avvicinare i giovani al mondo cattolico, nell’incontrare capi di stato lontani dal mondo cattolico come Fidel Castro, nel rivalutare figure che la Chiesa aveva condannato, come quella di Galileo Galilei durante uno dei pochissimi esempi di incontro fra teologi e scienziati. Un episodio significativo della sua vita, ben impresso nella mente di tutti noi è l’attentato da parte di Ali Ağca: due colpi di pistola mentre era sulla papamobile e la conseguente visita in carcere, due anni dopo, che resta misteriosa, almeno da un punto di vista del dialogo. Nessuno ha mai saputo cosa si sono detti.

 La sua lunga malattia ed il corpo sofferente che, malgrado tutto, si trascinava in occasione della via crucis in diretta mondiale resterà uno dei ricordi che la gente porterà con sé e che ha contribuito alla richiesta a gran voce di “Santo subito”.

La mia piccola interpretazione delle due figure vuole essere soltanto un omaggio a due persone che, pur facendo parte di un mondo tutt’altro che trasparente, che ha seminato morte e dolore nel corso della storia, hanno rappresentato qualcosa di diverso. Se siano santi o no, né se sia corretto che il mondo “umano” debba loro conferire questo titolo, non lo so. Sono un’umile peccatrice.

Giulia Bolle

lunedì 14 aprile 2014

Europa: un'occasione perduta


Un vento di cambiamento, dicono.
A me sembra somigli più ad una tempesta di vecchio.
L’Europa è un’esigenza che diventa sempre più urgente e, come un figlio urlante davanti all’ennesimo giocattolo, chiede … chiede …chiede.
Se volgiamo lo sguardo indietro l’idea di Europa nasce, per quanto riguarda i nostri confini, dalla mano di Alcide De Gasperi che, considerando il periodo storico (era appena terminata la seconda guerra mondiale), era mosso dall’unità rivolta, in modo particolare, alla difesa comune. Basti pensare alla nascita della CECA, la forma embrionale dell’UE, che vede luce proprio per mettere in comune la produzione franco-tedesca del carbone e dell'acciaio, già scenario di infinite battaglie nei conflitti mondiali. Dunque la pace è la parola chiave che apre le porte all’Unione Europea. Cosa accade allora nel corso degli anni? Perché questi continui cambiamenti che hanno fatto dell’espressione Europa, un mostro dalle cento teste? La lezione di Altiero Spinelli ci insegna che è necessaria una federazione degli stati europei, quella che, tanto per imitare come sempre l’America, viene chiamato progetto Stati Uniti d’Europa.
Sentite come suona imponente, faremmo paura al mondo così!
Peccato che la Germania ha imposto la propria visione di superamento della crisi economica costringendo a riforme cieche rispetto le singole realtà e che hanno trascinato nel baratro alcuni paesi dell’eurozona.
Un federalismo, in termini redistributivi, significherebbe un’eccessiva differenziazione di quei servizi fondamentali, quali sanità ed istruzione,  indebolendo, così, il diritto di uguaglianza riconosciuto su questi beni essenziali. Una situazione del genere avrebbe come effetto immediato  una spaccatura sempre più forte tra ricchi e poveri. Un altro mattone nel muro della globalizzazione che leva il respiro alle piccole realtà. Quelle realtà che hanno conferito ad ogni stato e ad ogni comunità, grande o piccola che sia, un proprio volto, dei tratti caratteristici che verrebbero cancellati con un colpo di spugna.
Secoli di lotte e sacrifici rischierebbero l’annullamento totale per un volere economico-politico che fagociterebbe gli sforzi del singolo. I cittadini sono stanchi di sottostare a tasse sempre più alte per cose che non hanno un riscontro immediato; sono saturi di promesse mai mantenute da una demagogia sempre più presente soprattutto alla vigilia di nuove elezioni, questa volta europee.
Eppure fino a qualche giorno fa ho assistito ad una conferenza che ha esordito con l’imponente frase d’effetto “L’Europa è il posto migliore dove nascere”.
Si???!!! Provate a dirlo a tutti quegli uomini che si sono levati la vita per aver perso il lavoro, per essere mortificati giorno dopo giorno, per aver tolto loro la dignità di essere umano. In una parola per avere affossato le carte dei diritti fondamentali, le costituzioni italiana ed europea.
Abbiamo bisogno di sicurezza e lavoro e i nostri uomini politici, che non possiamo neanche più scegliere per una ridicola staffetta che vede passare il testimone tra rampolli rampanti e vecchie volpi puzzolenti, cosa fanno? Pensano alla macro-economia, all’urgenza dei parametri che ci tengano ancora saldamente ancorati ad una situazione che ci sta annientando lentamente, ma inesorabilmente.

Giulia Bolle

lunedì 7 aprile 2014

PSICOESTETICA: la bellezza attraverso la mente

manifesto surrealista di Andrè Breton
illustrazione Renè Magritte 1924
Ciao amici. Da oggi proverò a dare voce a questo blog per un periodo, almeno finchè “il grande assente” non tornerà a stupirci con i suoi lavori che hanno trovato il vostro apprezzamento.
Cercherò di riempire il vuoto attraverso un percorso a cavallo tra storia dell’arte e psicologia.
Grazie a tutti quelli che vorranno ricominciare a seguirci.

Se la psicologia sia una scienza è da sempre un dibattito aperto che vede schierati umanisti e scienziati. Questi, com’è noto, si battono per affermare l’inutilità e l’arbitraria elevazione a ruolo di scienza della disciplina psicologica, adducendo come prima motivazione la sua impossibilità alla formulazione di leggi, ma soltanto probabilità, l’inefficacia terapeutica e l’inconsistenza gnoseologica. Ammesso che ciò sia vero, è, però, innegabile il suo essere un ponte perfettamente modellato tra filosofia ed ermeneutica ed il fascino che esercita, nelle sue varie espressioni e sfaccettature, sugli uomini che vogliono indagare la mente umana. Come agisce, come risponde, come si muove nella realtà che la circonda.

Per quanto i campi di applicazione psicologica costituiscano una vastissima gamma, mi vorrei soffermare su uno degli aspetti più “emozionali”, ovvero il suo ruolo in campo artistico. Gli artisti, particolarmente sensibili alla realtà che li circonda, riescono più di ogni altra “categoria umana” ad entrare nel profondo dell’essenza antropica. Ciò rende particolarmente naturale il rapporto con la psicologia, anche se oggi si parlerà, in modo particolare, di psicoanalisi. 
L’artista con cui voglio dare il via è Renè Magritte, genio indiscusso, innovativo e sagace osservatore di realtà insolitamente rappresentate che decontestualizza oggetti e persone, lasciando lo spettatore ad un primo sguardo sgomento. Analizzando con più attenzione le sue opere e cogliendone il senso profondo che ne ha voluto dare, si capisce bene come l’artista si sia lasciato profondamente influenzare dalle sue esperienze e dalle neonate teorie freudiane.

Renè Magritte - "Le viol", 1934, Menil collection Houston
 Nel quadro “Le viol” ,che è anche il manifesto del surrealismo, l'artista trasforma il volto  di una donna nel suo corpo nudo (ricorrente spesso nelle sue opere), oggetto di  desiderio per antonomasia. Un corpo che diventa un involucro anonimo, privo di  individualità, di espressione  e di sentimento. Al di là del titolo che lascia immediatamente pensare alla violenza carnale subita da una donna, l’artista fa riferimento anche a come lo sguardo di un uomo superficiale e “selvaggio” veda una donna esclusivamente nella sua funzione di “corpo”, negandole la sua essenza più vera, quella dell’anima e del sentimento. Appaiono chiare l’impronta onirico - psicoanalitica: spostamento e condensazione creano un’inquietante immagine surrealista della donna violentata, ma non necessariamente in senso fisico. Questa centralità del nudo in Magritte, richiama una teoria di stampo freudiano, secondo cui la sessualità rappresenta, insieme alla nascita e alla morte, una delle esperienze più significative e di maggiore impatto per la costruzione della personalità e causa prima dei suoi maggiori disturbi mentali. Seppur ultracentenario, questo modo di pensare si mostra in tutta la sua attualità, basti pensare a tutte le deviazioni sessuali che fanno da teatro alla quotidianità.



Renè Magritte - "Doppio segreto", 1927, museo nazionale d'arte moderna, Centro Georges Pompidou
Non meno carico di senso psicoanalitico è “Il doppio segreto”, questa figura dallo sguardo freddo e inumano la cui lacerazione mostra una spaccatura profonda che ci lascia vedere una realtà ruvida e nodosa molto diversa dal volto liscio, privo di espressione. Una realtà, quindi, ben diversa dall’apparenza. Quell’apparenza che, oggi più che mai, seduce e incanta al primo sguardo, che ci rende superficiali a tal punto da non riuscire a capire che dentro ogni uomo c’è un’effettività opposta che viene nascosta più o meno coscientemente e che gli impedisce di muoversi con com-passione verso gli altri. Quei nodi interni all’uomo possono rappresentare le problematiche interiori, ma anche un riferimento all’infanzia (tema frequente nei suoi quadri) per via della somiglianza che hanno ai sonaglini. Quell’infanzia che la psicoanalisi considera una tappa fondamentale per la strutturazione di una personalità stabile, con un io forte che sappia equilibrare le opposte richieste di es e super-io.
Il “doppio”, tema ricorrente nell’autore, qui si spacca invece a metà per mostrare realtà fragili di un uomo che, non dimentichiamolo, sta provando a risorgere dalle ceneri del primo conflitto mondiale (l’anno di questo quadro è il 1927), un uomo svuotato della propria dignità, della propria essenza e disumanizzato per la brama dei potenti. Magritte vive entrambi i conflitti mondiali che, evidentemente, suscitano in lui riflessioni e immagini, come possiamo vedere ne "La grande guerra" (1967). Sullo sfondo di un cielo piatto e grigio un uomo nascosto da una mela verde che cela proprio la parte più “viva” e personale di un volto: lo sguardo. Uno sguardo spazzato via dalle trincee che hanno annullato la personalità a tal punto da cancellarne metaforicamente il viso.


Il “doppio”, tema caro a Magritte, ma anche a Freud nella sua teoria meno conosciuta, ma molto interessante del perturbante. Nel suo saggio, tra le altre spiegazioni, osserva che il sosia, e in generale il doppio, è un motivo perturbante perché, il duplice è qualcosa che sovrasta l'io portando angoscia. In tal senso si può anche pensare allo sdoppiamento di personalità in gravi situazioni mentali.

Una situazione limite abilmente dipinta in “Riproduzione vietata”, quando un uomo, guardandosi allo specchio, piuttosto che vedere il suo viso, scorge una realtà prospettica insolita 

Renè Magritte - "La riproduzione vietata", 1937, museo Boymans di Rotterdam
Ciò che siamo abituati a vedere, si mostra all’improvviso diverso. Era sufficiente scavare un po’ più a fondo, andare oltre la superficialità e l’apparenza, come vuole la psicoanalisi(?).
Giulia Bolle

mercoledì 25 dicembre 2013

lunedì 2 dicembre 2013

Le fabbriche della morte



L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro.

Il lavoro nobilita l’uomo.

L’elenco potrebbe proseguire a lungo, ma il concetto non cambierebbe.

La costituzione italiana lo tutela e promuove in ogni sua forma. Lo statuto dei lavoratori, emanato dopo lotte sanguinose nel ben lontano 1970 ha lo scopo di  tutelare i diritti fondamentali dei lavoratori dipendenti e delle rappresentanze sindacali di fabbrica, di  garantire un corretto rapporto tra questi e la direzione aziendale, di sancire la libertà di opinione del lavoratore.

Eppure in questa Italia martoriata, il lavoro si trasforma giorno dopo giorno in un massacro. Cantieri non messi in sicurezza, edifici fatiscenti e, non ultimo, schiavismo.

È evidente il riferimento alla tragedia accaduta a Prato, fino a qualche anno fa città dai pregevoli manufatti lanieri e di tessuti in genere, oggi città caduta nella crisi e nelle mani di stranieri che importano abitudini del luogo natio. Lungi da me un discorso razzista, analizzo i fatti. La fabbrica – dormitorio in cui si è consumata la disgrazia che ha visto 7 morti e due feriti, mi fa sorgere una domanda: in che anno siamo? Forse la rivoluzione industriale, caratterizzata dallo sfruttamento dell’operaio la cui unica soddisfazione era ubriacarsi la sera e stramazzare al suolo per stanchezza e alienazione non era finita da circa duecento anni? Forse i secoli cambiano, ma il problema rimane: se qualcuno “osa” denunciare lo sfruttamento perde quel po’ che ha per un’infima sussistenza e, in ogni caso, “lì fuori ce ne sono centinaia a prendere il mio posto”. Insomma è la disperazione che mette in moto le nostre azioni e le nostre scelte, ammesso che di scelta si possa parlare. Ci hanno lavorato sodo per ridurci così…e ce l’hanno fatta. Disposti a rischiare la stessa vita, a condurla ai margini della società, a renderla invivibile pur di avere un minimo emolumento che possa farci sopravvivere, anche se come bestie.

Dove sono i responsabili di questo continuo calpestio ai diritti inalienabili dell’uomo, quelli sanciti nelle Costituzioni, nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo? Perché in Italia le leggi, la buona creanza, le libertà e i diritti devono rimanere soltanto vuote parole prive di applicazione pratica? Cosa potremmo fare nel nostro piccolo per supplire alla cecità della politica che si lascia scivolare tutto addosso, intenta com’è a pensare alla prossima tassa che non farà altro che spingerci ancora di più verso la disperazione?

Eppure appena pochi giorni fa ho assistito ad una conferenza iniziata con le parole: “L’Europa è il posto migliore dove nascere”. Certo se ci paragoniamo a uno dei paesi africani in cui per bere un bicchiere d’acqua i bambini sono costretti a fare venti chilometri scalzi, forse è vero. Ma è un parametro che non funziona. Non possiamo dire che siamo fortunati o che si sta bene per il fatto che apriamo un rubinetto o accendiamo un interruttore. Cosa dire di tutti quei disperati che si sono tolti la vita per la disperazione di aver perso il posto di lavoro a cinquant’anni? Li abbiamo già dimenticati? Dov’è la dignità umana? Che fine hanno fatto le lotte dei nostri padri/nonni orgogliosi di combattere per ciò che era giusto e non per il tornaconto personale. Lo sconforto sta per prendere il sopravvento e, pur con tutte le speranze che possiamo avere, quando vedremo la luce fuori dal tunnel?
Giulia Bolle